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La mia maratona contro il cancro: rinato grazie a giovani medici dell’Istituto del Pancreas di Verona

Il 27 aprile dello scorso anno mi sono fatto 8 ore di intervento: una maratona. Il 4 luglio, dopo tanto tempo trascorso tra ospedale e casa, sono uscito per la prima volta a fare due passi: da una piazza all’altra di Noale avrò percorso in tutto 250 metri e ci ho impiegato un’ora. Il 19 novembre ho iniziato a fare i primi chilometri di corsa. E il prossimo 28 ottobre voglio compiere la mia sfida: correre la maratona di Venezia.
La mia non è una sfida personale e solitaria. In questi mesi ho percorso tutti i passi possibili per allontanarmi dal tunnel oscuro di quella malattia che si chiama tumore al pancreas. Li ho compiuti grazie alla straordinaria equipe dell’Istituto del Pancreas di Verona e della Medicina dello Sport ULSS3 Serenissima. Li ho compiuti di corsa, con il prezioso ausilio della mia preparatrice atletica e di tantissimi amici che hanno corso al mio fianco in questo periodo, in una corsa che passo dopo passo ha assunto le sembianze di una sfida solidale e di sensibilizzazione che vivrà il suo momento più significativo in occasione della Venice Marathon del prossimo 28 ottobre.

L’idea che i medici mi hanno lanciato, come stimolo e obiettivo di rinascita, è stata proprio quella di lasciare alle spalle quelle lunghe 8 ore della mia operazione. Di passare da una maratona ad un’altra, di ben altro tenore

La mia storia è una storia di buona sanità

Non solo perché ho incrociato dei professionisti di grande qualità e per giunta giovani, ma perché attraverso il lavoro di persone come loro l’elemento umano, anche creativo, viene ad occupare un ruolo cruciale. Pensando a quei giorni difficili non posso ad esempio dimenticare la straordinarietà di un paio di concerti organizzati in corsia, uno dei quali è stato tenuto da I Camaleonti. Il legame che si è creato con Claudio (Bassi, primario), Giuseppe (Malleo, chirurgo), Elisabetta (Sereni, medico), Beatrice (Personi, caposala) e con tutto il personale infermieristico, è andato oltre il tempo della mia degenza o dei controlli periodici. Ed oggi è diventato progettualità
Ogni volta che vado a Verona per fare i controlli di routine mi congedo dai medici bevendo con alcuni di loro un caffè alle macchinette. Ogni volta, in quello spazio, incrocio gli sguardi di terrore dei parenti di chi in quel momento si trova in sala operatoria. Persone in attesa, che chiedono una parola tranquillizzante dai medici. Ogni volta i medici, per rispondere, mi indicano da testa a piedi dicendo ai parenti: «Vede questo signore? Pochi mesi fa era anche lui in sala operatoria e oggi è così: in piedi e in forma». Ed ogni volta vedo nei loro occhi increduli un’iniezione di fiducia. E così corro: dal mio tornare a star bene vorrei ricavare una piccola medicina di speranza e coraggio per gli altri